«Dan, mi rispieghi un po’ questa cosa dei templari?»

Il Sigillo dei Templari – Wolfgang Hohlbein

Che razza di libro. Ecco, ecco, la recensione, fosse per me, potrebbe già concludersi con la seguente frase: “Questo libro è l’equivalente di uno zampillo di benzina in un occhio mentre cercate di riparare la vostra auto in panne nel bel mezzo della Salerno – Reggio Calabria in piena notte”. Ma ovviamente non posso deludere né le aspettative di chi leggerà questo, né posso rischiare di venire insultato pesantemente da Mina per il fatto che il post risulterebbe troppo piccolo.
Oh, ancora peggio, di venire tartassato da una rossa incallita.
Non so cosa sia peggio, davvero. Brrrrrr.
Comunque, procediamo ad un’analisi calma e accurata di questo romanzo made in Germany: iniziamo con la prima cosa che vediamo, il titolo.
“Il Sigillo dei Templari”
Wooooooooooooow, che figo. Un argomento originale e poco trattato, senza dubbio. Chissà perché ho la sensazione che tutti i complottisti abbiano questo libro. Anche se con la famosa Teoria non ha niente a che fare. In ogni caso, se avrete il coraggio di andare oltre il titolo, di iniziare a leggere il libro e addirittura di finirlo, scoprirete che se il titolo “Il Sigillo dei Templari” venisse scambiato con “Le incredibili avventure del trisavolo della Banda Bassotti” non cambierebbe nulla. Infatti sarà una scena alquanto ricorrente trovare il nostro eroe, tale Ulrico di Wolfenstein (3D, eh!) imprigionato da qualche parte o comunque in viaggio per sfuggire a della gente che lo vuole catturare. Potrebbe anche essere eccitante, se solo il caro Ulrico non fosse un peso morto e privo di carattere il cui solo scopo è quello di rompere i cosiddetti a tutti quelli che vogliono aiutarlo. Nel particolare, ho provato una pena profonda per quello che agli occhi di qualcuno dovrebbe passare per “l’amicone” di Ulrico, il templare Sarim de Laurec. A me, sinceramente, ha fatto pena per tutto il libro. Non solo è la classica spalla da “Ti salvo perché sono buono ma non me ne frega assolutamente nulla di te”, ma è anche dotato di una pazienza davvero immane, dato che se lo trascina dietro per tutto il romanzo. Ad un certo punto della storia troviamo un grande scoppio di fantasia dell’autore: dopo circa due o tre volte che Ulrico viene imprigionato o catturato, ecco che Sarim viene preso in ostaggio!

Ma cos’è, una partita di Super Mario? Spero di no, perché altrimenti il ruolo di Peach risulterebbe molto disturbante. E anche quello di Bowser, in effetti…
Comunque, quello che mi ha fatto più arrabbiare di questo libro è la totale frammentazione della trama.
La nostra meravigliosa storia inizia su una nave italiana (Grazie, Hohlbein) che porta schiavi in Terra Santa. Specifichiamo, schiavi idioti.
Cioè, andate a fare una crociata in Terra Santa e vi affidate al primo CAPITANO ITALIANO che incontrate! E poi vi lamentate e tentate l’ammutinamento non appena vi mette in catene! Ma allora siete idioti! Con il Q.I. che si ritrovano i buoni in questo fottuto libro io riesco solo ad argomentare una spiegazione, ovvero il capitano schiavista che dice: «Ehi, tu, vuoi venire a fare un giro ad ammazzare saraceni sulla mia bella barca?» con voce da adescatore pedofilo e campagnolo da Midwest americano.
Arrivati ad Alessandria, il nostro eroe debilitato (lo sarà per tutto il romanzo, per un motivo o per un altro) viene comprato dal pascià Malik e dalla sua combriccola di dark. Il nostro Ulrico viene condotto lungo il Nilo dai suoi aguzzini, ma la loro nave viene presa di mira dai pirati, e qui troviamo il capolavoro del romanzo. Il nostro protagonista sta per morire per via del fumo e delle fiamme che hanno avvolto la nave dopo un’improbabile attacco a base di frecce incendiarie (notare tra l’altro il fatto che questi pirati hanno dato fuoco ad una nave coi loro compagni dentro), ma viene tratto in salvo dal tipico gigante silenzioso e discostante che sembra uscito da Terminator, tale Yussuf. E quando questi apre la porta della cabina per tirarlo fuori, Ulrico che fa? GLI TIRA UN CUSCINO IN FIAMME SULLA FACCIA!
MA NEMMENO L’IMPERATORE PALPATINE RAGGIUNGEVA ‘STI LIVELLI!
Comunque, il nostro stronzissimo Ulrico, dopo esser fuggito, incontra il caro de Laurec, di cui ho già avuto l’onere di parlare. Dopo una serie di vicende che vedono il nostro “amico” fuggire da una parte all’altra del deserto, causando la morte di un paio di poveri Cristi (pardon, musulmani) qua e là, finché non viene raccattato di nuovo dal pascià Malik, che rivela il suo malvagissimo piano: riportare la pace in Terra Santa facendo in modo che Ulrico venga scambiato per Botho, il figlio del re di Gerusalemme, consegnandolo a Saladino in modo da ricattare il re.
Che mal di testa.
Da dove comincio? Ah, sì, da una domanda: la logica? L’abbiamo lasciata in solaio? O l’abbiamo persa nella tana di uno scorpione?
Com’è possibile che un ragazzo germanico sia sosia perfetto di un coetaneo di etnia del tutto differente?
Com’è possibile che Malik fosse esattamente lì ad Alessandria per cogliere la somiglianza?
Com’è possibile che Malik conosca l’aspetto del figlio di un re che non ha mai visto?
Com’è possibile che questo stesso ragazzo sia stato tolto di mezzo in un modo che non ricordo e che non intendo andare a controllare?
Com’è possibile che Sarim, che è un templare, non si sia accorto prima che Ulrico era il sosia di Botho?!

AAAAAARGH!
IN OGNI CASO, finalmente scopriamo l’appartenenza del pascià e della combriccola alla setta degli hasciscin, istituzione per altro esistita davvero, e capeggiata dal cattivo più inutile che abbia mai visto: Hasan as-Sabbah, un decrepito dai presunti poteri magici che, e torniamo all’analogia con Star Wars, mi ricorda vagamente l’Imperatore.
Dopo quello che doveva sembrare un addestramento per il ragazzo-sosia (e qui ho sperato davvero che il libro si risollevasse un po’), il buon Sarim e Ulrico scappano. Vi è quindi tutta una serie di vicende che coinvolge Saladino, i Templari e le crociate, uno più idiota dell’altro, in cui viene finalmente introdotto questo Sigillo.
Una monetina.
Fermi, non ridete!
Sì, una monetina. Non viene esattamente definita così, ma io me la immagino come una monetina, non so perché. Tale monetina, chissà come, chissà perché, è in grado di causare disastri immani se dovesse cadere nelle mani dell’Imp… Ehm di Hasan as-Sabbah. Non una spiegazione, non un perché. E quindi, tra errori di stampa e di traduzione, ci avviamo verso l’ultima parte del romanzo! Ulrico e Sarim si dirigono a Gerusalemme (che sta per essere presa d’assedio dall’esercito di Saladino) per depositare il Sigillo nel… Tempio, se non ricordo male. Probabilmente sì. Comunque, ecco che accadono due cose incredibili: prima che i nostri eroi entrino nel tempio il cielo si oscura, in quello che dovrebbe sembrare una dimostrazione catastrofica dei poteri di Hasan. Peccato che non succeda nulla.
Il secondo avvenimento incredibile è anche il finale, nonché la parte che mi fa salire il veleno sin dalle profondità delle viscere: arrivati al tempio, i due idioti trovano Hasan as-Sabbah che li aspetta. Solo.
Quindi, che cosa vi aspettate?
Duello magico?
Combattimento stile boss finale?
No.
«Vattene!».
VATTENE.
Ulrico grida parole e insulti a random, sotto la potente azione del Sigillo, e manda via il vecchio. Il Sigillo viene depositato e i due, tra cui un TEMPLARE, lasciano Gerusalemme. Che sta per venire attaccata.
NO! MA BENISSIMO! Tutto ‘sto casino per una stupida monetina e il libro finisce così! “Vattene”! Una monetina che stimola la parlantina e riduce le azioni! Che cos’è, il Sigillo dei Templari o il Sigillo dei Politici?
E poi, con una città in ginocchio e migliaia di persone che rischiano la vita… Questi due SE NE VANNO? Non fanno niente? Luna di miele nel deserto? Che cavolo, io almeno mi aspettavo un bacino!
Fiuuuu, che ansia.
Bene, in sostanza questo è “Il Sigillo dei Templari” di Wolfgang Hohlbein. Nessuno di noi guarderà più le monetine con gli stessi occhi, ora.

Yuvie – The Alchemist

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