Un tempo mi piacevano le bambole… poi vennero Moffat e Zafòn.

Emh… salve! Scusatemi, non so se vi ricordate di noi, siamo i due pazzoidi che scrivono post deliranti non richiesti da nessuno.
*Ginger saluta agitando un pennarello*

Nonostante dopo il periodo di stress che ho appena passato la voglia di stroncare qualcosa sia molto elevata, manca però la voglia di leggere un libro schifoso solo per stroncarlo, indi per cui oggi vi beccate il commento ad un libro che non mi è affatto dispiaciuto.
Signori, oggi recensiamo Le luci di settembre, del famoso Carlos Ruiz Zafòn.

La prima cosa da dire è che questo è uno di quei libri che Zafòn ha scritto da giovane e che sono stati pubblicati nella narrativa per ragazzi e sono stati ristampati solo molto più tardi a causa di una disputa legale.
Già da qui si potrebbe fare una riflessione sul fatto che questo romanzo Zafòn l’abbia pubblicato per la prima volta a trent’anni e chiede scusa per le ingenuità “giovanili”, mentre da noi c’è gente che pubblica a quindici anni e non accetta una critica che sia una.
Sorvoliamo, tuttavia, sulla questione per tornare al vero scopo di tutta questa introduzione: Zafòn, come tutti ormai sanno, è famoso per libri come L’ombra del vento e Il gioco dell’angelo, il libro di cui parleremo oggi è invece uno dei suoi primi libri, scritto quindi PRIMA di quelli che gli hanno dato la fama; chi li ha letti giura che gli altri siano molto migliori e via dicendo, io non li ho letti, quindi non sono in grado di valutare Zafòn in generale. Questa recensione è limitata solamente al libro in questione.

Dopo questa introduzione fatta per pararmi il per dovere di cronaca, diamo fuoco alle polveri e lanciamoci nella storia.
Ignoriamo bellamente la quarta di copertina scritta dalla Mondadori, cosa che consiglio di fare per praticamente qualunque libro da loro pubblicato, perchè o ci infilano uno spoiler o scrivono qualcosa che non c’entra un accidente. In questo caso, infatti, sembra far pensare che il libro sia una bellissima storia d’amore con tinte cupe, quando invece è un thriller-dark-gotico con tinte romantiche.
Ci hanno preso in pieno, insomma. -.-”
La storia inizia subito con una lettera scritta in toni malinconici, nostalgici e strappalacrime ad un livello che se, come me,  vi trovate a leggerlo in un momento di depressione il primo quarto di storia è pura agonia.
*Intrusione dell’Alchimista: “Ginger, non gliene frega niente a nessuno dei tuoi problemi emotivi!”*
*SDENG!*
Dicevamo, la storia inizia precisamente così:
“Cara Irene,
le luci di settembre mi hanno insegnato a ricordare i tuoi passi che svanivano nella marea. ”
Il resto della lettera è all’incirca sullo stesso tono, sia a livello “emotivo” sia a livello stilistico. Dov’è il problema? Solo che a scrivere così è il figlio adottivo di un pescatore che è stato educato in casa.
Sì, esatto; è stato educato in casa e scrive meglio di un sacco di diplomati!
*Vocina dal pubblico: “Non che ci voglia molto!!”*
Dopo essere stati sommersi da due pagine di malinconia e depressione, inizia finalmente la storia vera e propria.
Siamo a Parigi ed è il 1937, il marito di Simone Sauvelle è appena morto, lasciandola vedova con un figlio, una figlia e tanti debiti. Già mi sembra di sentire le voci che dicono: “E fin qui, niente di nuovo!”
In effetti anche nelle pagine seguenti la storia non si discosta di molto dallo schema classico: abbiamo la famiglia un tempo benestante che si ritrova prima a stringere la cinghia, poi a vendere la casa trasferendosi in un piccolo appartamento e a vivere dei soldi guadagnati dal lavoro provvisorio della madre e dalla figlia, Irene, che lavora in una sala da ballo di nascosto dalla madre, dove danza con i soldati in cambio di qualche spicciolo.
Come?
Come fa Irene ad andare a ballare con i soldati e a mettere i soldi guadagnati in mezzo ai risparmi di famiglia senza che sua madre lo scopra?
Quante domande che vi fate.
L’occasione fortunata per i Sauvelle arriva quando, tramite un amico, Simone trova lavoro come “governante” a Cravenmoore, la gioiosa villa gotica dell’ex-inventore di giocattoli Lazarus Jann.
Questo Lazarus vive ai confini di un piccolo villaggio di pescatori della Normandia ed è disposto ad offrire alla famigliola una casa sul mare nel suddetto villaggio e a pagare gli studi a Dorian e Irene, i due ragazzi, in cambio Simone si sarebbe occupata di gestire i rifornimenti della villa, di gestire la corrispondenza, di svolgere all’incirca ogni faccenda burocratica possibile e, in quanto ex-insengante di letteratura,  di aiutare Lazarus in alcuni lavori che stava compiendo nella sua biblioteca personale.
Okay, a questo punto propongo una pausa per dare un’occhiata allo scenario e ai personaggi che ci si muovono sopra.
Cravenmoore: Mezza cattedrale, mezza villa signorile, Cravenmoore è un’enorme palazzo gotico che si trova ai margini di un bosco in cui vive Lazarus, adiacente ad esso c’è l’ex-fabbrica di giocattoli in cui l’uomo un tempo lavorava e in cui va ancora, ogni tanto, a costruire automi. È una di quelle ville così enormi da ricordare nelle descrizioni qualcosa delle dimensioni della Reggia di Caserta mischiata con il Duomo di Milano per l’enorme aggiunta di orpelli gotici. Questo per quanto riguarda l’esterno, l’interno, fra corridoi enormi dai soffitti altissimi e scale tortuose a misura di puffo, è pieno zeppo di giocattoli e automi di ogni tipo, da uccelli in legno che volano davvero, al creepy maggiordomo “robotico” che apre la porta passando per i giocattoli che suonano la tromba e altre amenità simili.
Chi vive in quest’enorme spazio labirintico e cupo? Due persone!
Lazarus Jann, inventore, e sua moglie malata. Per cinque giorni a settimana a Cravenmoore insieme alla coppia dorme anche Hannah, giovane ragazza del villaggio che si occupa di fare le pulizie alla villa… sì, una persona sola, per pulire un palazzo gotico, roba che mia madre si venderebbe un rene per trovarla una così che le tiene dietro a casa mentre lei lavora.
Baia Azzurra: il poccolo paesino di pescatori in cui i nostri eroi vanno a vivere. Essenzialmente potremmo chiamarlo il paese del Mulino Bianco che rende perfettamente l’idea del luogo, che sembra uscito da una cartolina, da un libro di fiabe o, meglio ancora, da un presepe costruito in una casa in cui non ci sono bambini piccoli a giocare con le statuine a fare in modo che i pastori vendano le pecore ai locandieri.
(Stralci di vita da casa di Ginger, volume I)
Casa del Capo: La casa sul mare in cui vanno a vivere i nostri eroi. Una specie di cottage sulla spiaggia, con tanto di piccolo molo d’attracco privato, terrazza sul mare e via dicendo, una di quelle cose per cui mia madre vederebbe il rene rimanente, probabilmente, ma se non lo facesse lei lo farei io.
L’isola del faro: Un’isoletta poco al largo di  Baia Azzurra, su cui, appunto, si trova un vecchio faro.  Isolata dalle correnti per tutta la notte, su quest’isola abbandonata si vedono a volte brillare alcuni luci: le Luci di Settembre da cui il titolo. La leggenda vuole che siano l’anima di una fanciulla che, dopo aver abbandonato Baia Azzurra durante una festa in maschera per raggiungere l’isola in tutta fretta, era poi affogata quando la corrente aveva spinto la sua barca contro le rocce, ma di questo parleremo dopo

Parliamo ora dei personaggi!
Irene: una Mary Su  una cara, dolce, bellissima, coraggiosissima, intelligentissima agile ragazza. In poche parole, la prova che anche i bravi scrittori non sempre riescono a sfuggire al Male Supremo.
Dorian: il poveretto nato con la sfiga di essere il fratello di Irene, personaggio che sa da poco e passa il suo tempo a correre su e giù in bici e a disegnare mappe. Tornerà utile alla fine o, per essere più precisi, la sua bicicletta tornerà utile.
Ismael: altro poveretto che ha la sfortuna di innamorarsi di Irene, oltre che di essere anche abbastanza scemo, ma grazie al cielo sa manovrare una barca e ha un buon sangue freddo, quindi torna di certo più utile del fratellino… e comunque sa scrivere meglio di un diplomato, eh?
Hannah: ragazzina pettegola e superficiale, che oltre a fare le pulizie meglio di un’impresa apposita ha anche il ruolo di spargere notizie, indiscrezioni e indizi in un modo che farebbe la gioia di Jessica Fletcher.
Simone: forse l’unico personaggio femminile che mi abbia dato un minimo di soddisfazione, una donna forte anche se un po’ ingenua; abbastanza intelligente da notare un sacco di indizi, ma non abbastanza da connetterli nella teoria giusta (e non la si può biasimare)
Lazarus: il vero protagonista del racconto, o così mi piace pensare; il personaggio migliore di tutti, quello con più prfondità e quello che alla fine lascia davvero il segno, in positivo o in negativo.

La prima parte del romanzo scorre in maniera abbastanza anonima, abbiamo Simone che trova strane lettere nella corrispondenza, Irene e la sua storia d’amore, Ismael e Irene che ritrovano un vecchio diario all’isola del faro… finchè una notte, durante uno di quei temporali da finimondo, Hannah sente una finestra sbattere in un’altra ala di Cravenmoore, quella riservata alla moglie malata e costretta a letto di Lazarus, convinta di averla dimenticata aperta, la ragazza si alza e percorre i vari corridoi cupi e pieni di automi che, al buio, diventano molto creepy; infine arriva in questa’ala solitaria del castello e, seguendo il rumore, entra in una stanza in cui non era mai stata. Una stanza con le pareti ricoperte di ritagli di giornale e arredata come la stanza di un bambino, con il dettagli cruciale che non ci sono giocattoli.
Questo è il punto in cui il romanzo, che finora sembrava sì gotico-dark, ma pur sempre “realistico”, inizia ad assumere tinte fantastiche.
La giovane si sente chiamare,  ma non c’è nessuno a parte lei; ad attirare il suo sguardo è, quindi, una boccetta di vetro trasparente. Quando Hannah la apre dalla boccetta esce un’ombra, non saprei come meglio definirla, che insegue la ragazza per tutta Cravenmoore fino al bosco, dove la uccide.

Questo è il punto del romanzo oltre il quale le cose si fanno molto più frenetiche, molto più dark e molto più interessanti.
per dirla in breve, perchè non voglio rovinare proprio tutto il libro a chi vorrebbe leggerlo, vediamo Irene e Ismael infilarsi a Cravenmoore per indagare sulla morte di Hannah e lì venireinseguiti da un’enorme angelo meccanico deciso a ucciderli; Dorian che nota strane luci nella foresta e l’Ombra che rapisce Simone e la rinchiude a Cravenmoore, dove Lazarus ha il suo bel daffare contro gli automi da lui stesso costruiti.

Basta.
Non vi dico come va a finire, perché questo è un libro che, tutto sommato, giudico molto piacevole da leggere e ho la pessima abitudine di raccontare l’inizio nei dettagli ma non dire nulla sulla fine con i libri così, per vedere se, magari, qualcuno si incuriosisce e li va a leggere.

Considerazioni finali.
I CONTRO
1) Mary Sue, Mary Sue, Mary Sue… ma devi proprio infestare ogni autore, porca miseria?!
2) Gli irritantissimi Hannah e Ismael, troppo stereotipati per vivere.
3) Fantastico e realistico poco bilanciati, hanno l’effetto di lasciare spaesato il lettore che, si aspetta qualcosa di verosimile e si trova ombre e patti col Diavolo e resta perplesso.
4) La lettera iniziale… e anche quella finale.
I PRO
1) Lazarus.
2) Gli automi e l’Angelo che fanno una paura assurda.
3) Le descrizioni.
4) Le scene di azione ben mostrate.
5) Cravenmoore
6) Simone, che, tutto sommato, mi ha fatto una buona impressione.

Questo è quanto, signori, spero di non avervi annoiato troppo, ma consolatevi, presto torneremo con le solite minch spumeggianti e spiritosi come sempre!

Mina – The Ginger

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