Per una volta mi trovo d’accordo col Dovakhiin.

Eragon – Christopher Paolini

Pessima giornata a tutti, follow… Ehi, ehi, ehi! Mettete via quei pomodori! Lo sapevate che questo momento sarebbe arrivato, presto o tardi: Ginger aveva buttato il primo colpo sulla croce rossa con la recensione delle Cinquanta Sfumature, e secondo voi io non avrei dato il mio?

Be’, ovviamente Paolini non è ai livelli della James, ma questo è abbastanza ovvio, dato che gli autori veramente scarsi li lascio tutti a Ging…

Niente, non ho detto niente.

La copertina.
Dunque, ci troviamo di fronte al primo libro del Ciclo di Star Wars dell’Eredità. Come al solito, prendiamo immediatamente in esame la copertina, anche se non c’è niente di scandaloso (nella copertina): nome dell’autore, gigantografia di Saphira, la quale ha uno sguardo quanto mai addolorato, come a dire “Ma come ci siamo ridotti”, titolo/nome del protagonista (megalomane!) in rigoroso dorato e, infine, il nome della casa editrice, accompagnato da un emblematico “romanzo”. Prima di addentrarci nei meandri oscuri di questo libro, è opportuno girare il libro, leggere la solita sfilza di commenti positivi in quarta di copertina e commentarli man mano.

“Un’autentica opera di grande talento.” – The New York Times.
C’è di meglio!
“Paolini prende gli archetipi del fantasy e li rende freschi e godibili grazie a una narrazione serrata e a un eroe che piace a tutti.” – Publishers Weekly.
Oh, i miei amici del Publishers Weekly sono tornati alla carica. A quanto pare, i burloni hanno omesso qualche piccolissimo particolare, a meno che con “archetipi del fantasy” non si intenda “Spezzoni, ispirazioni e luoghi comuni palesi presi da Tolkien e da Ursula Le Guin (sempre lodata) mischiati con la storia rivista della trilogia classica di Star Wars”. Tali “archetipi” sono resi freschi e godibili (almeno quanto un vasetto di cetriolini sottaceto) in quella che è l’unica critica che condivido: la narrazione serrata, talmente serrata e legnosa e tendente a fossilizzarsi su dettagli inutili da farti domandare che diavolo stai leggendo; per quel che riguarda l’eroe che piace a tutti… Ne parleremo dopo.
“Insolito, potente, fresco, fluido. Un debutto impressionante per una carriera destinata a fiorire” – Booklist
E mi ricollego alla cosa dei cetriolini sottaceto.

Il riassunto della trama risulta avere un’impronta strana, “epicheggiante”, quasi cinematografica. “Un ragazzo. Un drago. Un mondo di avventure”.
OMMIODDIO! MI VIENE PROPRIO UNA VOGLIA IMPELLENTE DI BUTTARMI NELLA LETTURA! BWAAAAAAAAAH!

No.

La storia si svolge nel continente di Alagaësia, che, per fare un’analogia, è come i Sette Regni di Graceling al contrario: invece di essere occupato per un buon 70% da acqua, la mappa di Alagaësia è formata per l’80% da terraferma, il che ci fa già perdere la speranza di un viaggio in mare che abbia in minimo di serietà. A parte il Surda, lo stato dei terroni, niente avrà un confine davvero segnalato, ma sono tutti costituiti da elementi naturali e di comprensione assolutamente immediata, come il limitare di una foresta, o l’inizio di un deserto, o le pendici delle montagne. Da notare inoltre lo strano corso che prendono alcuni fiumi, come il Ramr e il Ninor che nascono in piena pianura e vanno a buttarsi in un lago che si presuppone sia d’acqua dolce, l’Isenstar (nome peraltro davvero esente da qualsiasi ispirazione), o il Jiet e il Toark che, a meno che non nascano dal Lago di Leona, sono solo una specie di cintura che isola l’angolo Sud-Ovest del continente dal resto, o il fiume Zannadorso che sparisce misteriosamente tra i Monti Beor, o il Gaena che nasce nell’Ardwen (la fantasia coi nomi…), transita nell’Eldor e diventa improvvisamente il Fiume Edda.

Insomma, l’idrografia di Alagaësia sta al plausibile come Moccia sta al buon gusto.
Anche se la cartina non ce lo farà capire in nessuna maniera, nel continente esistono quattro Stati: il Surda, l’Impero, la Du Weldenvarden degli elfi e i Monti Beor dei nani; il Surda, vedremo, è l’unico fra i quattro ad avere una storia e una modalità di creazione vagamente plausibili, dato che è nato praticamente da un movimento di ribelli separatisti all’inizio della fondazione dell’Impero; quest’ultimo sarà sostanzialmente un territorio molto grande e pianeggiante, all’incirca tre o quattro volte il Surda, ma che conta un massimo di dieci città vere e proprie e sei insediamenti documentati, il che, come vediamo, lascia un vuoto enorme  più di quello che si trovava dalle mie parti maschili quando ho finito di leggere questa saga.
Lo Stato dei nani risulterà essere un’abbastanza verosimile accozzaglia di Clan intenti a farsi gli sgambetti a vicenda, mentre ovviamente quello degli elfi è il più unitario di tutti, perché loro son fighi. Poi, al centro, il Deserto di Hadarac, probabilmente un messaggio velato lasciato dal subconscio dell’autore mentre disegnava il mondo.

Le razze.
Ecco, avete presente il detto: “Sei ciò che mangi”? Bene. Ad Alagaësia c’è una versione leggermente diversa: “Sei come la terra che abiti”.
Come dite? Alagaësia non ha geograficamente senso?
… 😀
Vediamo, prima di tutto, la popolazione dal punto di vista globale: Alagaësia era inizialmente abitata solo dai nani e dai draghi, i quali, ovviamente, si detestavano. Poi, ovviamente da Ovest, perché non sia mai che i fighi siano orientali, arrivarono gli elfi, gli umani, gli Urgali e i Ra’zac. E ora, vediamoli un po’ da vicino.
Dei draghi non c’è molto da dire, anche perché la loro storia non viene molto approfondita; si sa che sono stati i primi abitatori del mondo e che sono sempre esistiti, e che esisteranno finché ci sarà Alagaësia. La cosa dovrebbe suscitare nel lettore una specie di ansia, visto che di draghi, nella nostra storia, ne sono rimasti tre o quattro. Dovrebbe. Con l’arrivo degli elfi, comunque, fu subito chiaro a tutti che la razza più intelligente del posto sono proprio i draghi: un giorno un elfo decide di cacciare e uccidere un drago, giudicandolo solo un animale; i draghi si vendicano sull’elfo; inizia una guerra sanguinosa lunga cinque anni che rischia di portare all’estinzione entrambe le razze. Ora, prendendo in esame l’elfo – Sampei dei cieli:
1) Perché, fra tutti gli animali del mondo, vai ad ammazzare proprio quello che quasi sicuramente ti abbrustolisce vivo?
2) Come hai fatto ad ucciderlo?
3) Perché gli elfi non hanno lasciato che quella testa di cazzo morisse?!
Ma tranquilli, la cosa verrà spiegata, prima o poi. Fidatevi.  Ora scusate, devo prendere una camomilla.

La guerra termina dopo l’atto “eroico” di un elfo, Eragon, omonimo del protagonista, che trova un uovo di drago e decide di farlo schiudere per allevare il cucciolo di nascosto. Se vi è poco chiaro come abbia fatto a far schiudere l’uovo, non preoccupatevi: non siete gli unici. Eragon e Bid’Daum, il drago cresciuto, viaggiano per portare la pace fra elfi e draghi. Tutti li amano, tutti li adorano, elfi e draghi stringono un patto per la creazione dei Cavalieri dei Draghi e iniziano a donare uova al neonato ordine. In totale buona fede. E, visto il patto con gli elfi, acquisiscono la capacità di comunicare telepaticamente (non ricordo se tutti o solo quelli dati ai Cavalieri, ma tant’è) e diventano più “gentili”.
Sui Cavalieri dei Draghi farò un piccolo exploit con riflessione personale: sono un ordine potentissimo, e sono per la maggior parte elfi, pur avendo diversi membri umani, e già la cosa puzza; hanno il compito di proteggere la pace e i popoli di Alagaësia, e come lo fanno? Ammazzando Urgali e sterminando quasi tutti i Ra’zac.
Ora, facciamo il punto della situazione.
Ra’zac = razza mangiauomini, e fin qui siamo d’accordo.
Razza mangiauomini = brutta e malvagia, ok.
Predatrice di umani = cosa brutta.
Cosa brutta = intervento per fermarla.
Intervento per fermarla ≠ genocidio!
Voglio dire, ok che son cattivi, ma minchia! Parlamentate! Fate cambiar loro dieta! Non massacrate un’intera razza, cuccioli compresi!
E questi sono i nostri eroi, yep.
I nani sono forse la razza fatta meglio: non per abilità dell’autore, ma per il fatto che le uniche modifiche che ha apportato sono state fatte alla loro storia e non alla loro costituzione. Grazie, Paolini.
Gli elfi sono… Oh, mio Dio, gli elfi. Il peggio del peggio, come d’altronde succede in quasi tutti i libri fantasy che ho letto. Allora, come già detto, gli elfi arrivano ad Alagaësia da un continente a Ovest, oltre il mare (e questo ovviamente non ci ricorda nulla), seguiti a ruota da uomini, Urgali e Ra’zac. Coi l’andare avanti dei libri, scopriremo che inizialmente erano abbastanza simili agli umani, solo che il patto coi draghi ha modificato permanentemente le loro caratteristiche.

“Ed ecco che l’Alchimista batte tutti i record di lancio libri in edizione economica! Faaaaaantastico!”

La matriarca elfica.

La matriarca elfica.

Che dire? Il patto coi draghi li ha resi alti, belli, longilinei, giovani, colti, forti, talentuosi, versati nella magia; dato che si esprimono nell’Antica Lingua, non possono mentire; sono anche, ovviamente, vanitosi, spocchiosi, alteri, orgogliosi e irriverenti; hanno gli occhi a mandorla, cosa abbastanza strana per degli elfi, ma immagino che Paolini volesse dare la sua impronta in mezzo a questo mare di luoghi comuni, ma se questa caratteristica fisica non mi causa alcun disturbo, non si può dire lo stesso per l’altra.
La risata.
La maledettissima risata.
Il modo più cretino per sottolineare il potere magico degli elfi. La madre di tutte le boiate inutili. Chiunque senta la risata elfica, si sente automaticamente meglio. Più allegro.
Mancano soltanto i due orsi in salopette a cantare “Sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria!” e poi… COROCORO POLLON!
Che poi, se la risata di un elfo produce ‘sti effetti, sfruttatela! Sai quante guerre si possono vincere stordendo i nemici con un’arma simile? Oppure, sai i soldi che puoi fare facendo pagare la gente per sentire la tua risata?

Sapete già a cosa sto pensando, vero?

Esatto!

Esatto!

I parallelismi e lo stile.

Categoria a parte, sì. Quando ero soltanto un piccolo elfuccio che non aveva ancora distrutto il primo libro del Battello a Vapore che non gli piaceva, lessi Eragon e, devo dire, mi piacque abbastanza. Storia carina, tanti personaggi, i draghi, la magia e l’Antica Lingua strutturati così bene; ognuno aveva un proprio vero nome che, se scoperto, poteva far esercitare controllo sulla persona interessata! Oddio, oddio, oddio!
… Poi lessi Terramare. E me ne innamorai, ovviamente, ma contemporaneamente venni deluso da tutte le analogie che trovavo con i libri dell’Eredità, che erano stati scritti decenni dopo.
Dunque: a Terramare tutti hanno un nome vero e uno falso, e se viene scoperto quello vero sono cavoli; a Terramare i maghi usano la lingua antica, quella dei draghi; sempre a Terramare i draghi sono una razza intelligente e sostanzialmente benevola, capace anche di comunicare telepaticamente, oltre che con la voce; il protagonista della saga inizialmente faceva il pastore; ha dovuto combattere contro l’Ombra durante il primo libro, mentre Eragon combatte contro uno Spettro; diventa un mago potente e alla fine diventa l’arcimago di Roke.
Ma non si fermano qui! A parte le solite due, noiosissime, ispirazioni Tolkeniane talmente scontate da farti cadere le braccia a terra, e non solo le braccia, troviamo la vera e originale fonte di plagio di Paolini.
(*Naaaaa naaaaa nananaaaaaa naaaa, nananaaaaaa na, nanananaaaaaaaaaaa*)
E’ un periodo di guerra civile. Cervelli di recensori ribelli, colpendo dei plagi segreti (ma non troppo, perché di sicuro non sono l’unico ad aver notato l’ambaradan di Paolini), hanno ottenuto la loro prima vittoria contro il malvagio Impero Letterario. Durante la battaglia, spie ribelli sono riuscite a rubare i piani “segreti” dell’arma decisiva dell’Impero, ISPIRARSI NON E’ COPIARE, una scusa corazzata di tale potenza da poter distruggere un intero libro. Inseguitao dai biechi agenti dell’Impero, la Principessa Yuvie sfreccia verso casa a bordo della sua recensione, custode dei piani rubati che possono dare libertà al suo blog e salvare la galassia…

Ok, basta.
Analizziamo, con calma, la situazione: Eragon cresce con gli zii, pensando per buona parte della vita che fossero i suoi genitori; lo zio (accidenti, la zia è morta quando Eragon era piccolo, così non sia accorgeranno mai e poi mai del plagio!) muore per colpa dell’Impero; Eragon parte con Obi –Brom Kenobi per vendetta (già, non capiranno mai il plagio), e in tutto questo Saphira fa praticamente la parte dei droidi. Brom morirà successivamente, Eragon salverà Leila Arya dalla Morte Nera Gil’Ead, il tutto in compagnia del Darth Vader che non è ancora Darth, ossia Murtagh.

Non ho altro da dire.

Non ho altro da dire, al riguardo.

Per quel che riguarda lo stile, ho già detto il succo di quel che penso prima: narrazione “serrata”, se con tale parola si vuole intendere qualcosa di lievemente scorrevole, piena zeppa di dettagli, digressioni e pippe mentali del protagonista (come in ogni buon fantasy, d’altronde) completamente inutili; Paolini risulta avere, in effetti, un ottimo potenziale, soprattutto per quel che riguarda le descrizioni, solo che… Non le approfondisce abbastanza. Sarò senz’altro io ad essere un patito di descrizioni, quindi non date troppo peso a questa critica in particolare. Se, da una parte, il protagonista risulta essere abbastanza approfondito (male, secondo me, ma lì dipende tutto dalla visione che si ha di certe situazioni), il resto dei personaggi ci farà avere sempre una sorta di distacco, quasi la focalizzazione su Eragon renda tutti gli altri quasi degli sconosciuti enigmatici.

I personaggi.
Eheheh, pensavate che avessi già esaurito le cose da dire? E invece no!
Eragon. L’eroe che piace a tutti. Almeno quanto una stecca piantata nell’occhio destro. Non sa che fine abbiano fatto i genitori, ma ovviamente sappiamo già che sono morti, e vive con lo zio Garrow e il cugino Roran, all’ottima maniera Skywalker. Non so voi, ma io, andando avanti con la lettura dell’Eredità, non sono riuscito a farmi un’idea vera e propria del carattere di Eragon. È sempre così, come dire… Moderato. Neutro. Riflessivo. Piatto. Non ha una vera impronta caratteriale, e le uniche volte in cui avrebbe motivo di lasciarsi andare in delle riflessioni vere e proprie, magari perché l’autore possa mettere in risalto i suoi sentimenti, non lo fa. Ovviamente ci sarà l’evoluzione classica da “contadinotto ignorante” a “guerriero – terminator figo che più figo non si può”, ma in questo libro passerà solo dal primo stadio a quello di “Ehi, ma se tengo la spada così che succede?”
Chi vuol intendere intenda.
Saphira è, ovviamente, la dragonessa che nasce dall’uovo che Eragon trova. Sappiamo che i traghi sono creature nobili, intelligenti e fiere… E proprio qui ci chiediamo che diavolo sia andato storto, perché se da una parte Saphira ha dei modi di fare dovuti alla giovanissima età, dall’altra ha sprazzi di saggezza e cautela che saltano fuori quasi dal nulla. In più, è gelosa. Overly Attached Saphira?
Brom, parlando limitatamente di questo libro, ha la sola utilità di essere “il vecchio” del libro, quello che guida Eragon e gli fa da maestro. Per breve tempo, perché poi muore. Mwahahahah.
Arya. L’elfa che vediamo all’inizio del romanzo. Tralasciando il nome copiato, che ci può stare come non ci può stare, è il personaggio che ho odiato di più: in primo luogo perché è la solita elfa buttata lì per rimarcare la differenza e la superiorità della razza; secondariamente, la nostra Arya risulta essere tenebrosa e depressa a causa della morte dei suoi due compagni, in particolare di Faolin, di cui era innamorata. Fin qui, tutto bene, perché anche se in linea di massima detesto i personaggi discostanti, quando hanno una motivazione per esserlo li accetto; però c’è una cosa che non quadra. Arya viene portata a Gil’ead e viene torturata a più riprese da Durza. Viene detto varie volte che è stata portata quasi al punto di perdere il senno.
E ALLORA PERCHE’ QUANDO VIENE LIBERATA E’ FRESCA COME UNA ROSA?
Voglio dire, io non ne so molto, di torture e robe simili, ma non credo che qualcuno possa riuscire a sopportare mesi di sevizie senza avere nemmeno un piccolo problema al cervello!
Angela. Paolini, vaffanculo.

La trama.
La nostra storia inizia dall’inizio. Be’, oddio, non proprio l’inizio – inizio, è più una falsa partenza; vediamo nel prologo uno Spettro, creatura nata da qualcuno che ha evocato spiriti troppo potenti che lo hanno posseduto, intento a preparare un agguato per rubare una certa gemma ad un gruppo di elfi. I suoi Urgali (ovviamente i cattivi hanno dalla loro la razza brutta, tzé!) uccidono facilmente due dei tre elfi ma, proprio mentre stanno per acchiappare la terza, quella lancia una magia e teletrasporta la pietra via dal posto, destinazione ignota. Lo spettro si incazza, cattura l’elfa e ammazza gli Urgali sopravvissuti alla battaglia contro quella, così, perché è EVIIIIIL.
Da tutt’altra parte, sulla Grande Dorsale, il nostro umano campagnolo, Eragon, è intento a dare la caccia a una cerva ferita. Al momento in cui sta per impallinarla, abbiamo un’inquietante presagio del destino ultimo di Eragon con le donne: appare l’uovo di drago dal nulla e la cerva fugge. Di qui a quattro libri, si ripeterà praticamente la stessa cosa, solo che la cerva avrà la corona e le uova saranno di più. Ehehm.

Cooooomunque, il nostro Eragon, nella sua realistica versione di contadino ignorante che non sa nulla di magia, nel vedere la pietra fa quello che ogni persona farebbe con un sasso azzurro apparso dal nulla, in mezzo ad una radura, in una luce verde, nel bel mezzo di montagne pericolosissime e ignote: la prende. Ovviamente Paolioni camuffa l’idiozia di tale scelta operando il primo di una lunghissima serie di stupri mentali del personaggio, che possiamo ammirare in una splendida e realistica scena:
Eragon attese diversi minuti che il pericolo si mostrasse, ma l’unica cosa che si muoveva era la nebbia. Con estrema cautela, allentò la presa sull’arco e avanzò. […] La toccò (la pietra, eh, nda) con la punta di una freccia, poi fece un balzo indietro. Non successe nulla. Poi si fece coraggio e la raccolse.”

Non commento.

Partono subito le domande esistenziali sul “Da dove viene? Ha uno scopo?”, che sono comunque molto più plausibili della scena che vi ho descritto sopra, e si conclude con “È caduta per caso, o ero destinato a trovarla?”
No, Paolini, non ci stiamo accorgendo degli espedienti. Assolutamente.

Comunque, alla fine al nostro eroe arriva il pensiero che, forse, avrebbe potuto venderla per comprarsi da mangiare. Bravo Eragon!
Il fortunello torna dunque al suo villaggio, Carvahall, dove tenta di vendere la pietra al macellaio, Sloan, ma ottiene un brusco rifiuto perché la pietra è stata trovata sulla Grande Dorsale. Poco male: Horst, il fabbro, passa di lì e compra la carne, facendo ripromettere ad Eragon di aiutarlo a lavorare alla sua casa in primavera. Non siamo nemmeno a venticinque pagine e già abbiamo una chiara idea di quanto sia pezzente Eragon come protagonista.

Torna a casa, blablabla, arriva, lo zio Garrow si incazza per via dell’elemosina, blablabla, Roran è un idiota, blablabla… E decidono di far vedere la pietra ad un esperto, quando i mercanti erranti arriveranno a Carvahall, ma, quando vanno alla fiera indetta all’arrivo di questi ultimi, Merlock non riesce a dare loro un responso; apprendono anche di un certo fermento degli Urgali e di una loro migrazione verso Sud-Est, e anche delle voci riguardanti uno Spettro. Blablabla, Eragon gira per la fiera, blablabla, apprende altre storielle,blablabla, Brom fa la sua comparsa nel ruolo di cantastorie, blablabla.

Insomma, la prima parte del libro ha una funzione puramente informativa e introduttiva, infatti non faremo altro che passare da lunghi racconti a descrizioni di ambienti, luoghi o personaggi noiosi. Anche quando l’uovo si schiude e Saphira inizia a crescere, la solfa non cambia. Ah, sì.

“In quel momento si rese conto di non sapere se il drago era maschio o femmina. Lo prese in braccio e lo voltò, […] ma non
riuscì a trovare alcun segno distintivo. A quanto pare non rivela i suoi segreti senza combattere

Ehi, non sono io che lo voglio!

Ehi, non sono io che lo voglio!

Coooooomunque… Arrivano i Ra’zac, presentati come inumani agenti del re Galbatorix, e alla fine distruggono la casa di Eragon e feriscono mortalmente Garrow; quando questo muore, Eragon parte alla ricerca di vendettaaaaaaaaah (citazione necessaria), accompagnato da Brom.
Ora, non prendetemi per pigrone, ma… Tutte le scene del viaggio di Eragon e Brom possono essere riassunte in una parola.
FILLEEEEEEEEEER!
Spezzoni incollati per allungare la solfa! Le cose più utili che fanno è iniziare una sorta di addestramento!
Arrivano infine a Teirm, dove, per mia grandissima sfortuna, fanno la conoscenza di Angela e Solembum. Oh, sì, e di Jeod, grazie al quale scopriamo che lui e Brom fanno parte dei Varden e che devono recarsi alla città nanica di Tronjheim. Ma non è importante.
Notando prima di tutto come la presentazione di Angela e la profezia durino più di prologo e incipit messi assieme, dopo la profezia, che se non altro si discosta un po’ da Star Wars, abbiamo una seconda dimostrazione dell’intelligenza di Eragon: dice il suo vero nome e quello di Brom ad Angela, anche se si erano accordati di usare pseudonimi falsi.
Ah, sì, e si ubriacano tutti e due, dopo essersi rimessi in viaggio.
E ora arriviamo al mio punto preferito del romanzo! I due arrivano a Dras-Leona, vicina all’Helgrind, la base dei Ra’zac. Purtroppo, a quanto pare anche Galbatorix farà una visita in città. Dopo un inseguimento (in cui ovviamente la preda è Eragon), i due fuggono, e dopo un agguato Brom viene ferito mortalmente. Appare Murtagh, a salvare il culo a tutti, si rifugiano in una caverna ma, subito dopo il risveglio di Eragon, Brom muore.

Ah, scopriamo che Brom era stato un Cavaliere e il suo drago si chiamava Saphira. Chi l’avrebbe mai detto.

Il romanzo prosegue, dunque, con la fuga di Eragon, Saphira e Murtagh. Attraverso vari sogni premonitori, riattraversano TUTTO l’Impero per andare a Gil’ead, Eragon viene catturato, c’è un salvataggio, liberano Arya e fuggono verso Tronjheim in gran carriera, perché l’elfa è avvelenata ed è in punto di morte. Arrivano dai Varden, Murtagh viene catturato per essere figlio di uno dei Rinnegati, colloquio con il capo, umiliazione con Arya guarita, battaglia finale.

CHE BEL LIBRO!

Considerazioni finali.
Paolini, ti auguro di passare presto dalle parti di Sidewinder, Colorado. ❤
(Se non l’avete capita, meglio così)

Yuvie – The Alchemist

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