Cose Serie – Il Fantasy

Pessimo momento a voi, followers. Oggi esco dal mio piccolissimo periodo di vacanza per rimettermi al lavoro e tornare alla ribalta con un argomento non solo pluricitato e quasi sicuramente caro anche a voi lettori, ma a cui fa riferimento l’intero blog: il fantasy.
Ne abbiamo già parlato, ci ho fatto anche qualche articolo al riguardo, ma, scorrendo lungo la pagina con tutti i plagiati sudati articoli di questi mesi, mi sono reso conto di non aver mai parlato accuratamente di ciò che penso sul genere fantasy. Ovviamente, questo articolo servirà anche da “aggiornamento” degli altri, visto che le mie impressioni e le mie teorie sugli esordienti, sui lettori e sui cliché non sono certo migliorate, ma non sono nemmeno rimaste le stesse.
Dunque! Partiamo dalla domanda essenziale: cos’è il fantasy?
La risposta, purtroppo, non sarà 42, dato che sforerei coi generi; ma, come dico sempre, un’immagine vale più di mille parole.
Come dice la buona vecchia Lucy-Ginger, tutto quello che dice lo Schroeder-Alchimista è veritiero soltanto sulla carta. Il che è sbagliato. Perché se fosse tutto vero su carta, allora non starei nemmeno a scrivere questo articolo, cari miei.
(Per inciso, l’immagine è stata modificata per la pagina facebook mia e della Rossa)

Continuiamo quindi con la modifica della domanda dell’immagine:
“Cos’è la fantasia?”
Dallo Zingarelli 2000: “fantasìa: s.f. Facoltà della mente umana di interpretare liberamente dati forniti dall’esperienza, o di rappresentare contenuti inesistenti in immagini sensibili”

Adesso, ditemi sinceramente: quanti autori fantasy di oggi possono dire di seguire questa linea sacrosanta? Due, tre? Quattro? Quattro e mezzo? (Il mezzo è uno scrittore talentuosissimo preso a caso fra la moltitudine che non riesce a far carriera perché l’editoria gli taglia di fatto le gambe)
Questa visione pessimistica si limita ovviamente al mio personalissimo giudizio.
Ora, a questo punto vi aspetterete che dica che questo articolo non ha lo scopo di offendere o polemizzare circa certi libri o persone: niente di più sbagliato, ragazzi. Questo articolo è mirato a colpire certe categorie di fantasy, scrittori e lettori (ovviamente senza far nomi, se non si parla di gente particolarmente famosa) delle quali il sottoscritto si è ampiamente rotto i gingilli.

Mi conoscete, no? Si parte sempre dalla premessa.

Aaaaaaah, internet. Fino a una decina di anni fa, il pensiero di una rete che collegasse tutto il mondo e trasformasse gli schermi dei computer in vere e proprie finestre a cui affacciarsi per scambiarsi opinioni, pareri, informazioni e porno cose utili era rivoluzionario. Idilliaco, utopistico, qualcosa di semplicemente perfetto; poi arrivarono le piattaforme sociali.
Dapprima vi fu MSN, il quale preservava ancora i poveri utenti, dato che non vi erano pagine o stati da commentare, se non quelli di amici che potevi tranquillamente ignorare, almeno finché non ti venivano a fracassare le balle in chat con quelle animazioni e i trilli (mioddio i trilli!) del cazzo, e allora rispondevi male; tuttavia, fu l’inizio della fine, perché da MSN a Facebook e Twitter il passo fu breve. Da allora, il caos: tutto divenne una corsa pressoché continua alla popolarità. E quale è il miglior espediente di internet per far mettere in mostra la gente?
Cosa? No! Che diavolo c’entrano i blog?!

Ma le litigate, ovviamente! Nessun utente di social network può dire di non avere mai visto una discussione fra persone che fra loro non si conoscevano minimamente. Se all’inizio la cosa era solo un fenomeno isolato, oggi è ormai all’ordine del giorno: gente che insulta altra gente perché apprezzano il cantante/autore/attore/regista diverso; gente che insulta un determinato cantante/autore/attore/regista perché semplicemente non piace o anche solo per moda; discussioni interminabili su quale gioco/libro/film/artista/genere sia migliore e perché, farcite di commenti/messaggi lunghissimi che, nella maggior parte dei casi, possono essere riassunti in un semplicissimo “ed è per questo che le mie passioni sono migliori delle tue”; per internet troviamo una quantità di filosofi che farebbero implodere gli Illuministi, ma guarda caso il mondo rimane quello che è, e la stessa identica cosa vale per la politica.
Per internet si trovano persone che si divertono a fingersi amanti di qualcosa che in realtà non amano, o ad asserire qualcosa che in realtà non pensano; è possibile rintracciare gente convinta che facendo proposte sessuali in chat a delle sconosciute si possa effettivamente acchiappare qualcosa; troviamo persone che se la tirano, persone che se la tirano dicendo che gli altri se la tirano e persone che non se la tirano, ma vorrebbero; esistono gruppi che vogliono fondare nuove fazioni politiche, esistono pagine Facebook nate solo per pigliare per il culo altre pagine Facebook e per pubblicare screen che dimostrino l’ignoranza delle bimbeminkia su Twitter, o i tweet al papa, o roba del genere.
Mi fermo, perché sto andando off topic.
La lunghissima premessa ha un suo perché, non preoccupatevi: in un ambiente che è pieno da scoppiare di puro e semplice odio, in cui persino vegani e vegetariani combattono una guerra senza fine di discussioni e insulti contro quelli che mangiano carne, la letteratura e il fantasy non fanno eccezione. Sì, prima ho detto odio: non venite a dirmi che l’opinione media dell’utente riguardo a un qualcosa che non gli piace è vagamente pacifica. Sembrerò un po’ ipocrita, facendo questo discorso, ma: quando io critico qualcosa che non mi piace, lo faccio prima di tutto basandomi su delle argomentazioni, e questo su internet avviene davvero raramente; inoltre, ogni mia impressione è da basarsi puramente sul mio giudizio personale, come premetto un po’ dappertutto, e anche questo è rarissimo, in internet; infine, io tendo a prendermela con il prodotto che non mi piace, non con chi lo apprezza.
Tutto questo io, sui social network, non l’ho assolutamente mai visto. Anche quando becchi uno che magari riesce ad argomentare in una discussione, lo trovi seppellito in mezzo a maree di commenti di vario tipo.
Di nuovo off topic. Ma non importa. Per quel che mi riguarda, la letteratura fantastica non mi ha fatto assolutamente nulla: ognuno è libero di scrivere quello che vuole, perché gli esseri umani sono creature dai gusti eterogenei, e quello che non piace a me verrà sicuramente apprezzato da qualcun altro; sono le convinzioni dei vari fandom che devono bruciare nella più bassa cella dell’inferno. Non mi riferisco assolutamente né a tutti i fandom né a ogni singolo componente di quelli che per me sono il cancro dell’essere lettori fantasy, ma sono costretto ad andare per maggioranza. Guerre interminabili tra libri che fra di loro non c’entrano nulla (Sì, “Potteriani” che pigliano per il culo Twilight quando non sanno cosa fare, parlo con voi); gente che nel corso di un anno cambia autore preferito una settantina di volte, dimenticandosi di quello precedente; fanboy/fangirls che sarebbero capaci di condividere anche frasi come “Il sole è bello” se venissero scritte dal loro idolo; discussioni senza fine circa la psicologia o la forza del personaggio più marginale di un libro, o addirittura di ipotetici scontri tra personaggi di saghe diverse; persone che condividono frasi di gente famosa senza averne chiaro il significato; per finire con loro, loro, i superbi! Gente coi paraocchi, che non legge niente che non faccia parte del suo genere, che non sarà in grado di argomentare se non dicendo “Quello è una merda” e che sarà SEMPRE, e dico SEMPRE, convinta della propria superiorità circa quello che legge (Ciao anche a te, Tolkeniano carissimo) e della propria maschera, che in genere è strutturata da un atteggiamento da nerd falsissimo e da fan di The Big Bang Theory (non dico nulla sul telefilm, io non l’ho manco mai seguito, ma non ho potuto fare a meno di notare che tizi simili in genere lo seguono).
Ragazzi, ragazzi… Capiamoci. Se a voi piace il fantasy, piace lo sword and sorcery, piace l’urban, piace l’horror, il gotico, il rosa, l’erotico, i libri di cucina della Parodi… Ad un lettore maturo questo non può fregare di meno. Lui vi lascerà coi vostri idoli, voi lasciatelo coi suoi. Senza dire che l’urban fantasy è una merda, soprattutto se non si conosce nemmeno l’esistenza di Neil Gaiman. Grazie.
(Sì, qui ho smesso di generalizzare per riferirmi ad una persona in particolare, ma… Passatemela, questa. :3)
Sui fan, pur generalmente, ho detto praticamente tutto. Ora passiamo agli scrittori in erba, e riassumo il discorso in un semplicissimo: è una fottuta moda.

Ok, con calma. Probabilmente non è il modo migliore per spiegarsi… Ci riprovo: il fatto è che spesso non ci si rende conto che, anche se ci piace una cosa, non siamo sempre adatti a farla. C’è chi riesce ad avvicinarsi un pochino e chi è lontano anni luce: parecchi miei conoscenti hanno le stesse possibilità di scrivere un fantasy di qualità quante un rachitico ne ha di diventare campione olimpico di sollevamento pesi, per intenderci. Con questa riflessione intendo forse dire a tutti di non scrivere fantasy? Assolutamente no! Invito semplicemente a uscire dagli schemi, se si ha in programma di pubblicare un libro; inventare, sperimentare, unire, togliere, rivoluzionare, insomma, fare qualcosa che non renda la tua creatura l’ennesimo clone di Tolkien. Non prendete il consiglio come un insulto, per carità: io faccio parte praticamente della stessa categoria, perché posso dirvi con certezza che il fantasy classico proprio non riesco a scriverlo, e ho un’impronta molto più urban e molto più dark, ma non vuol dire che non possa scrivere fantasy classico, anzi! L’Alchimista, il mio alter ego, è estratto direttamente da un libro che ho in cantiere da tempo, ed è un fantasy a cui ho cercato di incorporare gli altri generi che mi piacciono e in cui sono più ferrato nella scrittura, cioè lo steampunk, il gotico e, in minima parte, l’horror. L’unione di generi così diversi tra di loro vi avrà fatto venire il mal di testa, e probabilmente avete anche ragione, ma non sono uno che scrive per assecondare un pubblico vasto, e non sono nemmeno del tutto sicuro di pubblicare i miei futuri e molto fantomatici libri.
Tramite questa riflessione mi connetto ad un’altra verità circa il mondo della scrittura: l’apparenza. Ormai non si scrive più per sfogo o per passione personale, come ogni scrittore o poeta sano di mente dovrebbe fare, ma semplicemente per notorietà; per pigliare like su Facebook, per poter usare parole forbite (che, sinceramente, spesso non c’entrano un cazzo con i discorsi in cui vengono usate) ed elevarsi ad un livello più alto rispetto alla massa, senza sapere minimamente che il proprio distinguersi da un gruppo non fa altro se non farsi buttare tramite un sano calcio nel sedere in un’altra categoria di persone tutte uguali tra loro. Non vale solo per la scrittura, in effetti, ma preferisco non avventurarmi di nuovo in campi che non mi riguardano e sparare sulla croce rossa sull’essere alternativi.
Insomma: gli esordienti di oggi sono troppo legati all’apparenza della loro professione e non sanno uscire dagli schemi… Ma non preoccupatevi, anche io ero così, un tempo. A 12 anni.
Eheheh.
Ormai direi che siamo al paradosso. La letteratura fantasy non ha più fantasia, ed è largamente per il riciclo di vecchissimi canoni e stereotipi che spesso questo viene catalogato ampiamente come un genere da bambini; anche se devo dire che ultimamente sta pigliando piede la visione “cinica” del fantasy, un po’ il modo realista e diretto che hanno scrittori come Martin, per intenderci. Ma Martin è uno scrittore serio e affermato e, per quanto non sia uno che apprezza molto la visione nuda, cruda e veritiera del contesto medioevale che tratta (per quanto, personalmente, sia un tipo che di macabro e lugubre ne apprezza parecchio), in fondo mi rende piacevole la lettura. Il tipico scrittore in erba che emula gente come Martin, a parte operare un plagio fatto e finito tra Case, guerre, re, regine, troie e troioni, non avrà assolutamente idea di come destreggiarsi in un mondo realistico, e finiremo per vedere frotte di personaggi ammazzati in modo balordo (e, quasi sicuramente, un po’ paradossale)… Senza un motivo logico. Non solo: avremo scrittori che si vantano per la loro propensione ad ammazzare personaggi, e dal mio punto di vista vi dico che, secondo me, uno scrittore che si vanta di ammazzare gente nelle sue storie (notate bene, lettori di Martin, uno che si vanta, non uno a cui viene attribuito il titolo di “sterminatore di personaggi” da terze parti) è come un produttore che rilascia ventimila seguiti di un dato film, uno più brutto dell’altro, ossia: completamente privo di idee.
E non sto nemmeno a parlare della componente sessuale-erotica di libri del genere! Si passa da cose esageratissime ed eclatanti che ti fanno solo chiedere che razza di visione dell’autore abbia del sesso a roba che ti fa accapponare la pelle!
I simil-Martin sono solo uno dei tanti esempi che avrei da fare: incappo spesso anche in abomini generati dal desiderio di epico di fanboy di varia sorta, perché, diciamocelo, molta poca gente è adatta a scrivere un vero fantasy epico; anche lì subentra ben presto il fattore “stupidità del personaggio”, dato che ormai mi vado convincendo che “eroe onorevole” nell’immaginario popolare passa come “eroe completamente cretino”.
Anzi, diciamo direttamente che gran parte dei personaggi degli esordienti finiscono con l’essere dei cretini senza speranza, soprattutto quelli che dovrebbero sembrare intelligenti.
Troviamo poi vari altri ibridi derivati dagli autori più disparati: i più gettonati sono Paolini e Brooks, almeno per quanto ho visto io; c’è qualche emulo della Rowling e di vari libri sword and sorcery, tutta roba che spesso mi fa cadere le braccia, ma bisogna ammettere che a volte riesco a beccare qualcuno con delle belle idee e un modo di scrivere interessante.

Be’, ho terminato. È probabilmente il primo post serio scritto da me, qui sul blog, ma c’è sempre una prima volta, no? Era soltanto un rapido sfogo riguardante qualcosa che mi fa sempre accapponare la pelle, e mi era venuta voglia di condividere i miei personalissimi pensieri con voi, unendo l’utile al dilettevole, dato che non sapevo come reintrodurmi nelle meccaniche del blog e cominciare a carburare vista la fine delle vacanze.
A presto, dal vostro Dalek-Alchimista-scleropuccioso  di fiducia.

Yuvie – The Alchemist

Per una volta mi trovo d’accordo col Dovakhiin.

Eragon – Christopher Paolini

Pessima giornata a tutti, follow… Ehi, ehi, ehi! Mettete via quei pomodori! Lo sapevate che questo momento sarebbe arrivato, presto o tardi: Ginger aveva buttato il primo colpo sulla croce rossa con la recensione delle Cinquanta Sfumature, e secondo voi io non avrei dato il mio?

Be’, ovviamente Paolini non è ai livelli della James, ma questo è abbastanza ovvio, dato che gli autori veramente scarsi li lascio tutti a Ging…

Niente, non ho detto niente.

La copertina.
Dunque, ci troviamo di fronte al primo libro del Ciclo di Star Wars dell’Eredità. Come al solito, prendiamo immediatamente in esame la copertina, anche se non c’è niente di scandaloso (nella copertina): nome dell’autore, gigantografia di Saphira, la quale ha uno sguardo quanto mai addolorato, come a dire “Ma come ci siamo ridotti”, titolo/nome del protagonista (megalomane!) in rigoroso dorato e, infine, il nome della casa editrice, accompagnato da un emblematico “romanzo”. Prima di addentrarci nei meandri oscuri di questo libro, è opportuno girare il libro, leggere la solita sfilza di commenti positivi in quarta di copertina e commentarli man mano.

“Un’autentica opera di grande talento.” – The New York Times.
C’è di meglio!
“Paolini prende gli archetipi del fantasy e li rende freschi e godibili grazie a una narrazione serrata e a un eroe che piace a tutti.” – Publishers Weekly.
Oh, i miei amici del Publishers Weekly sono tornati alla carica. A quanto pare, i burloni hanno omesso qualche piccolissimo particolare, a meno che con “archetipi del fantasy” non si intenda “Spezzoni, ispirazioni e luoghi comuni palesi presi da Tolkien e da Ursula Le Guin (sempre lodata) mischiati con la storia rivista della trilogia classica di Star Wars”. Tali “archetipi” sono resi freschi e godibili (almeno quanto un vasetto di cetriolini sottaceto) in quella che è l’unica critica che condivido: la narrazione serrata, talmente serrata e legnosa e tendente a fossilizzarsi su dettagli inutili da farti domandare che diavolo stai leggendo; per quel che riguarda l’eroe che piace a tutti… Ne parleremo dopo.
“Insolito, potente, fresco, fluido. Un debutto impressionante per una carriera destinata a fiorire” – Booklist
E mi ricollego alla cosa dei cetriolini sottaceto.

Il riassunto della trama risulta avere un’impronta strana, “epicheggiante”, quasi cinematografica. “Un ragazzo. Un drago. Un mondo di avventure”.
OMMIODDIO! MI VIENE PROPRIO UNA VOGLIA IMPELLENTE DI BUTTARMI NELLA LETTURA! BWAAAAAAAAAH!

No.

La storia si svolge nel continente di Alagaësia, che, per fare un’analogia, è come i Sette Regni di Graceling al contrario: invece di essere occupato per un buon 70% da acqua, la mappa di Alagaësia è formata per l’80% da terraferma, il che ci fa già perdere la speranza di un viaggio in mare che abbia in minimo di serietà. A parte il Surda, lo stato dei terroni, niente avrà un confine davvero segnalato, ma sono tutti costituiti da elementi naturali e di comprensione assolutamente immediata, come il limitare di una foresta, o l’inizio di un deserto, o le pendici delle montagne. Da notare inoltre lo strano corso che prendono alcuni fiumi, come il Ramr e il Ninor che nascono in piena pianura e vanno a buttarsi in un lago che si presuppone sia d’acqua dolce, l’Isenstar (nome peraltro davvero esente da qualsiasi ispirazione), o il Jiet e il Toark che, a meno che non nascano dal Lago di Leona, sono solo una specie di cintura che isola l’angolo Sud-Ovest del continente dal resto, o il fiume Zannadorso che sparisce misteriosamente tra i Monti Beor, o il Gaena che nasce nell’Ardwen (la fantasia coi nomi…), transita nell’Eldor e diventa improvvisamente il Fiume Edda.

Insomma, l’idrografia di Alagaësia sta al plausibile come Moccia sta al buon gusto.
Anche se la cartina non ce lo farà capire in nessuna maniera, nel continente esistono quattro Stati: il Surda, l’Impero, la Du Weldenvarden degli elfi e i Monti Beor dei nani; il Surda, vedremo, è l’unico fra i quattro ad avere una storia e una modalità di creazione vagamente plausibili, dato che è nato praticamente da un movimento di ribelli separatisti all’inizio della fondazione dell’Impero; quest’ultimo sarà sostanzialmente un territorio molto grande e pianeggiante, all’incirca tre o quattro volte il Surda, ma che conta un massimo di dieci città vere e proprie e sei insediamenti documentati, il che, come vediamo, lascia un vuoto enorme  più di quello che si trovava dalle mie parti maschili quando ho finito di leggere questa saga.
Lo Stato dei nani risulterà essere un’abbastanza verosimile accozzaglia di Clan intenti a farsi gli sgambetti a vicenda, mentre ovviamente quello degli elfi è il più unitario di tutti, perché loro son fighi. Poi, al centro, il Deserto di Hadarac, probabilmente un messaggio velato lasciato dal subconscio dell’autore mentre disegnava il mondo.

Le razze.
Ecco, avete presente il detto: “Sei ciò che mangi”? Bene. Ad Alagaësia c’è una versione leggermente diversa: “Sei come la terra che abiti”.
Come dite? Alagaësia non ha geograficamente senso?
… 😀
Vediamo, prima di tutto, la popolazione dal punto di vista globale: Alagaësia era inizialmente abitata solo dai nani e dai draghi, i quali, ovviamente, si detestavano. Poi, ovviamente da Ovest, perché non sia mai che i fighi siano orientali, arrivarono gli elfi, gli umani, gli Urgali e i Ra’zac. E ora, vediamoli un po’ da vicino.
Dei draghi non c’è molto da dire, anche perché la loro storia non viene molto approfondita; si sa che sono stati i primi abitatori del mondo e che sono sempre esistiti, e che esisteranno finché ci sarà Alagaësia. La cosa dovrebbe suscitare nel lettore una specie di ansia, visto che di draghi, nella nostra storia, ne sono rimasti tre o quattro. Dovrebbe. Con l’arrivo degli elfi, comunque, fu subito chiaro a tutti che la razza più intelligente del posto sono proprio i draghi: un giorno un elfo decide di cacciare e uccidere un drago, giudicandolo solo un animale; i draghi si vendicano sull’elfo; inizia una guerra sanguinosa lunga cinque anni che rischia di portare all’estinzione entrambe le razze. Ora, prendendo in esame l’elfo – Sampei dei cieli:
1) Perché, fra tutti gli animali del mondo, vai ad ammazzare proprio quello che quasi sicuramente ti abbrustolisce vivo?
2) Come hai fatto ad ucciderlo?
3) Perché gli elfi non hanno lasciato che quella testa di cazzo morisse?!
Ma tranquilli, la cosa verrà spiegata, prima o poi. Fidatevi.  Ora scusate, devo prendere una camomilla.

La guerra termina dopo l’atto “eroico” di un elfo, Eragon, omonimo del protagonista, che trova un uovo di drago e decide di farlo schiudere per allevare il cucciolo di nascosto. Se vi è poco chiaro come abbia fatto a far schiudere l’uovo, non preoccupatevi: non siete gli unici. Eragon e Bid’Daum, il drago cresciuto, viaggiano per portare la pace fra elfi e draghi. Tutti li amano, tutti li adorano, elfi e draghi stringono un patto per la creazione dei Cavalieri dei Draghi e iniziano a donare uova al neonato ordine. In totale buona fede. E, visto il patto con gli elfi, acquisiscono la capacità di comunicare telepaticamente (non ricordo se tutti o solo quelli dati ai Cavalieri, ma tant’è) e diventano più “gentili”.
Sui Cavalieri dei Draghi farò un piccolo exploit con riflessione personale: sono un ordine potentissimo, e sono per la maggior parte elfi, pur avendo diversi membri umani, e già la cosa puzza; hanno il compito di proteggere la pace e i popoli di Alagaësia, e come lo fanno? Ammazzando Urgali e sterminando quasi tutti i Ra’zac.
Ora, facciamo il punto della situazione.
Ra’zac = razza mangiauomini, e fin qui siamo d’accordo.
Razza mangiauomini = brutta e malvagia, ok.
Predatrice di umani = cosa brutta.
Cosa brutta = intervento per fermarla.
Intervento per fermarla ≠ genocidio!
Voglio dire, ok che son cattivi, ma minchia! Parlamentate! Fate cambiar loro dieta! Non massacrate un’intera razza, cuccioli compresi!
E questi sono i nostri eroi, yep.
I nani sono forse la razza fatta meglio: non per abilità dell’autore, ma per il fatto che le uniche modifiche che ha apportato sono state fatte alla loro storia e non alla loro costituzione. Grazie, Paolini.
Gli elfi sono… Oh, mio Dio, gli elfi. Il peggio del peggio, come d’altronde succede in quasi tutti i libri fantasy che ho letto. Allora, come già detto, gli elfi arrivano ad Alagaësia da un continente a Ovest, oltre il mare (e questo ovviamente non ci ricorda nulla), seguiti a ruota da uomini, Urgali e Ra’zac. Coi l’andare avanti dei libri, scopriremo che inizialmente erano abbastanza simili agli umani, solo che il patto coi draghi ha modificato permanentemente le loro caratteristiche.

“Ed ecco che l’Alchimista batte tutti i record di lancio libri in edizione economica! Faaaaaantastico!”

La matriarca elfica.

La matriarca elfica.

Che dire? Il patto coi draghi li ha resi alti, belli, longilinei, giovani, colti, forti, talentuosi, versati nella magia; dato che si esprimono nell’Antica Lingua, non possono mentire; sono anche, ovviamente, vanitosi, spocchiosi, alteri, orgogliosi e irriverenti; hanno gli occhi a mandorla, cosa abbastanza strana per degli elfi, ma immagino che Paolini volesse dare la sua impronta in mezzo a questo mare di luoghi comuni, ma se questa caratteristica fisica non mi causa alcun disturbo, non si può dire lo stesso per l’altra.
La risata.
La maledettissima risata.
Il modo più cretino per sottolineare il potere magico degli elfi. La madre di tutte le boiate inutili. Chiunque senta la risata elfica, si sente automaticamente meglio. Più allegro.
Mancano soltanto i due orsi in salopette a cantare “Sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria!” e poi… COROCORO POLLON!
Che poi, se la risata di un elfo produce ‘sti effetti, sfruttatela! Sai quante guerre si possono vincere stordendo i nemici con un’arma simile? Oppure, sai i soldi che puoi fare facendo pagare la gente per sentire la tua risata?

Sapete già a cosa sto pensando, vero?

Esatto!

Esatto!

I parallelismi e lo stile.

Categoria a parte, sì. Quando ero soltanto un piccolo elfuccio che non aveva ancora distrutto il primo libro del Battello a Vapore che non gli piaceva, lessi Eragon e, devo dire, mi piacque abbastanza. Storia carina, tanti personaggi, i draghi, la magia e l’Antica Lingua strutturati così bene; ognuno aveva un proprio vero nome che, se scoperto, poteva far esercitare controllo sulla persona interessata! Oddio, oddio, oddio!
… Poi lessi Terramare. E me ne innamorai, ovviamente, ma contemporaneamente venni deluso da tutte le analogie che trovavo con i libri dell’Eredità, che erano stati scritti decenni dopo.
Dunque: a Terramare tutti hanno un nome vero e uno falso, e se viene scoperto quello vero sono cavoli; a Terramare i maghi usano la lingua antica, quella dei draghi; sempre a Terramare i draghi sono una razza intelligente e sostanzialmente benevola, capace anche di comunicare telepaticamente, oltre che con la voce; il protagonista della saga inizialmente faceva il pastore; ha dovuto combattere contro l’Ombra durante il primo libro, mentre Eragon combatte contro uno Spettro; diventa un mago potente e alla fine diventa l’arcimago di Roke.
Ma non si fermano qui! A parte le solite due, noiosissime, ispirazioni Tolkeniane talmente scontate da farti cadere le braccia a terra, e non solo le braccia, troviamo la vera e originale fonte di plagio di Paolini.
(*Naaaaa naaaaa nananaaaaaa naaaa, nananaaaaaa na, nanananaaaaaaaaaaa*)
E’ un periodo di guerra civile. Cervelli di recensori ribelli, colpendo dei plagi segreti (ma non troppo, perché di sicuro non sono l’unico ad aver notato l’ambaradan di Paolini), hanno ottenuto la loro prima vittoria contro il malvagio Impero Letterario. Durante la battaglia, spie ribelli sono riuscite a rubare i piani “segreti” dell’arma decisiva dell’Impero, ISPIRARSI NON E’ COPIARE, una scusa corazzata di tale potenza da poter distruggere un intero libro. Inseguitao dai biechi agenti dell’Impero, la Principessa Yuvie sfreccia verso casa a bordo della sua recensione, custode dei piani rubati che possono dare libertà al suo blog e salvare la galassia…

Ok, basta.
Analizziamo, con calma, la situazione: Eragon cresce con gli zii, pensando per buona parte della vita che fossero i suoi genitori; lo zio (accidenti, la zia è morta quando Eragon era piccolo, così non sia accorgeranno mai e poi mai del plagio!) muore per colpa dell’Impero; Eragon parte con Obi –Brom Kenobi per vendetta (già, non capiranno mai il plagio), e in tutto questo Saphira fa praticamente la parte dei droidi. Brom morirà successivamente, Eragon salverà Leila Arya dalla Morte Nera Gil’Ead, il tutto in compagnia del Darth Vader che non è ancora Darth, ossia Murtagh.

Non ho altro da dire.

Non ho altro da dire, al riguardo.

Per quel che riguarda lo stile, ho già detto il succo di quel che penso prima: narrazione “serrata”, se con tale parola si vuole intendere qualcosa di lievemente scorrevole, piena zeppa di dettagli, digressioni e pippe mentali del protagonista (come in ogni buon fantasy, d’altronde) completamente inutili; Paolini risulta avere, in effetti, un ottimo potenziale, soprattutto per quel che riguarda le descrizioni, solo che… Non le approfondisce abbastanza. Sarò senz’altro io ad essere un patito di descrizioni, quindi non date troppo peso a questa critica in particolare. Se, da una parte, il protagonista risulta essere abbastanza approfondito (male, secondo me, ma lì dipende tutto dalla visione che si ha di certe situazioni), il resto dei personaggi ci farà avere sempre una sorta di distacco, quasi la focalizzazione su Eragon renda tutti gli altri quasi degli sconosciuti enigmatici.

I personaggi.
Eheheh, pensavate che avessi già esaurito le cose da dire? E invece no!
Eragon. L’eroe che piace a tutti. Almeno quanto una stecca piantata nell’occhio destro. Non sa che fine abbiano fatto i genitori, ma ovviamente sappiamo già che sono morti, e vive con lo zio Garrow e il cugino Roran, all’ottima maniera Skywalker. Non so voi, ma io, andando avanti con la lettura dell’Eredità, non sono riuscito a farmi un’idea vera e propria del carattere di Eragon. È sempre così, come dire… Moderato. Neutro. Riflessivo. Piatto. Non ha una vera impronta caratteriale, e le uniche volte in cui avrebbe motivo di lasciarsi andare in delle riflessioni vere e proprie, magari perché l’autore possa mettere in risalto i suoi sentimenti, non lo fa. Ovviamente ci sarà l’evoluzione classica da “contadinotto ignorante” a “guerriero – terminator figo che più figo non si può”, ma in questo libro passerà solo dal primo stadio a quello di “Ehi, ma se tengo la spada così che succede?”
Chi vuol intendere intenda.
Saphira è, ovviamente, la dragonessa che nasce dall’uovo che Eragon trova. Sappiamo che i traghi sono creature nobili, intelligenti e fiere… E proprio qui ci chiediamo che diavolo sia andato storto, perché se da una parte Saphira ha dei modi di fare dovuti alla giovanissima età, dall’altra ha sprazzi di saggezza e cautela che saltano fuori quasi dal nulla. In più, è gelosa. Overly Attached Saphira?
Brom, parlando limitatamente di questo libro, ha la sola utilità di essere “il vecchio” del libro, quello che guida Eragon e gli fa da maestro. Per breve tempo, perché poi muore. Mwahahahah.
Arya. L’elfa che vediamo all’inizio del romanzo. Tralasciando il nome copiato, che ci può stare come non ci può stare, è il personaggio che ho odiato di più: in primo luogo perché è la solita elfa buttata lì per rimarcare la differenza e la superiorità della razza; secondariamente, la nostra Arya risulta essere tenebrosa e depressa a causa della morte dei suoi due compagni, in particolare di Faolin, di cui era innamorata. Fin qui, tutto bene, perché anche se in linea di massima detesto i personaggi discostanti, quando hanno una motivazione per esserlo li accetto; però c’è una cosa che non quadra. Arya viene portata a Gil’ead e viene torturata a più riprese da Durza. Viene detto varie volte che è stata portata quasi al punto di perdere il senno.
E ALLORA PERCHE’ QUANDO VIENE LIBERATA E’ FRESCA COME UNA ROSA?
Voglio dire, io non ne so molto, di torture e robe simili, ma non credo che qualcuno possa riuscire a sopportare mesi di sevizie senza avere nemmeno un piccolo problema al cervello!
Angela. Paolini, vaffanculo.

La trama.
La nostra storia inizia dall’inizio. Be’, oddio, non proprio l’inizio – inizio, è più una falsa partenza; vediamo nel prologo uno Spettro, creatura nata da qualcuno che ha evocato spiriti troppo potenti che lo hanno posseduto, intento a preparare un agguato per rubare una certa gemma ad un gruppo di elfi. I suoi Urgali (ovviamente i cattivi hanno dalla loro la razza brutta, tzé!) uccidono facilmente due dei tre elfi ma, proprio mentre stanno per acchiappare la terza, quella lancia una magia e teletrasporta la pietra via dal posto, destinazione ignota. Lo spettro si incazza, cattura l’elfa e ammazza gli Urgali sopravvissuti alla battaglia contro quella, così, perché è EVIIIIIL.
Da tutt’altra parte, sulla Grande Dorsale, il nostro umano campagnolo, Eragon, è intento a dare la caccia a una cerva ferita. Al momento in cui sta per impallinarla, abbiamo un’inquietante presagio del destino ultimo di Eragon con le donne: appare l’uovo di drago dal nulla e la cerva fugge. Di qui a quattro libri, si ripeterà praticamente la stessa cosa, solo che la cerva avrà la corona e le uova saranno di più. Ehehm.

Cooooomunque, il nostro Eragon, nella sua realistica versione di contadino ignorante che non sa nulla di magia, nel vedere la pietra fa quello che ogni persona farebbe con un sasso azzurro apparso dal nulla, in mezzo ad una radura, in una luce verde, nel bel mezzo di montagne pericolosissime e ignote: la prende. Ovviamente Paolioni camuffa l’idiozia di tale scelta operando il primo di una lunghissima serie di stupri mentali del personaggio, che possiamo ammirare in una splendida e realistica scena:
Eragon attese diversi minuti che il pericolo si mostrasse, ma l’unica cosa che si muoveva era la nebbia. Con estrema cautela, allentò la presa sull’arco e avanzò. […] La toccò (la pietra, eh, nda) con la punta di una freccia, poi fece un balzo indietro. Non successe nulla. Poi si fece coraggio e la raccolse.”

Non commento.

Partono subito le domande esistenziali sul “Da dove viene? Ha uno scopo?”, che sono comunque molto più plausibili della scena che vi ho descritto sopra, e si conclude con “È caduta per caso, o ero destinato a trovarla?”
No, Paolini, non ci stiamo accorgendo degli espedienti. Assolutamente.

Comunque, alla fine al nostro eroe arriva il pensiero che, forse, avrebbe potuto venderla per comprarsi da mangiare. Bravo Eragon!
Il fortunello torna dunque al suo villaggio, Carvahall, dove tenta di vendere la pietra al macellaio, Sloan, ma ottiene un brusco rifiuto perché la pietra è stata trovata sulla Grande Dorsale. Poco male: Horst, il fabbro, passa di lì e compra la carne, facendo ripromettere ad Eragon di aiutarlo a lavorare alla sua casa in primavera. Non siamo nemmeno a venticinque pagine e già abbiamo una chiara idea di quanto sia pezzente Eragon come protagonista.

Torna a casa, blablabla, arriva, lo zio Garrow si incazza per via dell’elemosina, blablabla, Roran è un idiota, blablabla… E decidono di far vedere la pietra ad un esperto, quando i mercanti erranti arriveranno a Carvahall, ma, quando vanno alla fiera indetta all’arrivo di questi ultimi, Merlock non riesce a dare loro un responso; apprendono anche di un certo fermento degli Urgali e di una loro migrazione verso Sud-Est, e anche delle voci riguardanti uno Spettro. Blablabla, Eragon gira per la fiera, blablabla, apprende altre storielle,blablabla, Brom fa la sua comparsa nel ruolo di cantastorie, blablabla.

Insomma, la prima parte del libro ha una funzione puramente informativa e introduttiva, infatti non faremo altro che passare da lunghi racconti a descrizioni di ambienti, luoghi o personaggi noiosi. Anche quando l’uovo si schiude e Saphira inizia a crescere, la solfa non cambia. Ah, sì.

“In quel momento si rese conto di non sapere se il drago era maschio o femmina. Lo prese in braccio e lo voltò, […] ma non
riuscì a trovare alcun segno distintivo. A quanto pare non rivela i suoi segreti senza combattere

Ehi, non sono io che lo voglio!

Ehi, non sono io che lo voglio!

Coooooomunque… Arrivano i Ra’zac, presentati come inumani agenti del re Galbatorix, e alla fine distruggono la casa di Eragon e feriscono mortalmente Garrow; quando questo muore, Eragon parte alla ricerca di vendettaaaaaaaaah (citazione necessaria), accompagnato da Brom.
Ora, non prendetemi per pigrone, ma… Tutte le scene del viaggio di Eragon e Brom possono essere riassunte in una parola.
FILLEEEEEEEEEER!
Spezzoni incollati per allungare la solfa! Le cose più utili che fanno è iniziare una sorta di addestramento!
Arrivano infine a Teirm, dove, per mia grandissima sfortuna, fanno la conoscenza di Angela e Solembum. Oh, sì, e di Jeod, grazie al quale scopriamo che lui e Brom fanno parte dei Varden e che devono recarsi alla città nanica di Tronjheim. Ma non è importante.
Notando prima di tutto come la presentazione di Angela e la profezia durino più di prologo e incipit messi assieme, dopo la profezia, che se non altro si discosta un po’ da Star Wars, abbiamo una seconda dimostrazione dell’intelligenza di Eragon: dice il suo vero nome e quello di Brom ad Angela, anche se si erano accordati di usare pseudonimi falsi.
Ah, sì, e si ubriacano tutti e due, dopo essersi rimessi in viaggio.
E ora arriviamo al mio punto preferito del romanzo! I due arrivano a Dras-Leona, vicina all’Helgrind, la base dei Ra’zac. Purtroppo, a quanto pare anche Galbatorix farà una visita in città. Dopo un inseguimento (in cui ovviamente la preda è Eragon), i due fuggono, e dopo un agguato Brom viene ferito mortalmente. Appare Murtagh, a salvare il culo a tutti, si rifugiano in una caverna ma, subito dopo il risveglio di Eragon, Brom muore.

Ah, scopriamo che Brom era stato un Cavaliere e il suo drago si chiamava Saphira. Chi l’avrebbe mai detto.

Il romanzo prosegue, dunque, con la fuga di Eragon, Saphira e Murtagh. Attraverso vari sogni premonitori, riattraversano TUTTO l’Impero per andare a Gil’ead, Eragon viene catturato, c’è un salvataggio, liberano Arya e fuggono verso Tronjheim in gran carriera, perché l’elfa è avvelenata ed è in punto di morte. Arrivano dai Varden, Murtagh viene catturato per essere figlio di uno dei Rinnegati, colloquio con il capo, umiliazione con Arya guarita, battaglia finale.

CHE BEL LIBRO!

Considerazioni finali.
Paolini, ti auguro di passare presto dalle parti di Sidewinder, Colorado. ❤
(Se non l’avete capita, meglio così)

Yuvie – The Alchemist